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Introduzione ai Vangeli

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Il vangelo nasce dalla comunità che si interroga sul significato dalla vita e della morte di Gesù Cristo.

La primitiva comunità cristiana aveva profondamente radicato il senso di libertà portato da Gesù Cristo (cf. Gal 4, 6 s.; Rm 8,15 ss.), e si mise a riflettere su quest’esperienza di libertà per scoprirne l’origine. Nella gioia dello Spirito nuovo donato da Cristo, tenta di comprendere come questo dono provenga solo dal Risorto che fu il Crocifisso, e da nessun altro.

Ma proprio qui si presenta un punto oscuro, un ostacolo a prima vista insormontabile: come può quel po­vero carpentiere, Gesù di Nazaret, finito in croce tra due malfattori, ucciso come bestemmiatore dal potere religioso e come sovversivo dal potere civile, come può quel morto sul patibolo del condannato essere « l’autore della vita» (At 3,15) aver effuso quello Spirito che voi vedete e ascoltate » (At 2, 55), come dice Pietro?

La comunità primitiva cerca allora la risposta volgendosi nell’unica direzione possibile, e comincia a contemplare con cura e passione la vita storica del Nazareno, ai fini di vedere in che connessione stia il fatto che Egli sia vissuto in certo modo — e quindi giustiziato — e il fatto che sia risuscitato dai morti e alzato alla destra di Dio. Contro ogni tentativo di evasione trionfalistica, la croce si impose subito ai discepoli di Gesù in tutto il suo nonsenso, carico di tristezza, di crudeltà e di delusione (cf. i discepoli di Emmaus in Le 24, 20 s.): essa si presentò come quello scandalo tormentoso, irriducibile e permanente del quale bisognava assolutamente rendersi conto per capire Gesù Cristo. Paolo infatti am­monisce di non «vanificare la croce di Cristo» (1 Cor 1,17). Non si poteva quindi intenderla come un puro incidente sul lavoro, da dimenticare il più in fretta possibile ad opera compiuta; neanche si poteva semplicemente narrarla come una avventura infelice, addirittura mortale, che, fortunatamente, per un intervento di Dio ebbe lieto fine. La croce fu e resta quel fatto capitale per il cristiano, che fa esclamare a Paolo, in polemica con ogni spiegazione che tenta di liquidarla: « Io non volli sapere in mezzo a voi altro che Gesù Cristo, e questi crocifisso » (1 Cor 2,2), perché «noi predichiamo un Messia crocifìsso, scandalo per i giudei e follia per i pagani» (1 Cor 1,22).

Dice giustamente un proverbio che nella vita nulla è gratuito, tranne la morte, che... costa però tutta la vita; la fine di una vita non può essere qualcosa di casuale, ed è convinzione, o per lo meno aspirazione inalienabile di ogni uomo che essa costituisca il suo fine, come coronamento e sigillo definitivo, che le dà significato. Questo significato ultimo va costruito con pazienza e raggiunto con fatica, attraverso una successione graduale di scelte coerenti che delineano quello che chiamiamo il « progetto » della vita stessa, senza il quale la vita umana è priva di senso.

Se la storia va scrìtta partendo dalla sua fine, il vangelo scritto non è altro che il tentativo di capire la storia di Gesù partendo dalla sua fine, cioè dalla sua croce alla luce della resurrezione, per cogliere il suo progetto globale di esistenza.

Ciò non risponde tanto a una pura curiosità quanto alla necessità di trovare il significato proprio della vita cristiana: la vita di Gesù Cristo è infatti la vita del cristiano, che segue il suo stesso cammino, compiendo le stesse scelte (cf. Fil 2, 5), in modo che, vivendo lo stesso Spirito, nella potenza della sua resurre­zione e nella comunione dei suoi patimenti, essendosi reso conforme alla sua morte, abbia parte alla sua vita oltre la morte (cf. Fil 3, 10 s.).

Per seguire Colui che dà la gioia e la vita, la comunità dei suoi primi discepoli ha cercato quindi di comprenderne il cammino, e si mise a raccogliere le varie testimonianze di quei « fatti e detti » di Gesù nei quali si condensava e cristallizzava l’enigma di Colui che li interpellava come il Signore. Hanno quindi cercato di collegarle tra di loro, in modo che ne emergesse quel progetto di esistenza che, nella forza dello Spirito pasquale, sentivano costituire la vita della loro vita: « la mia vita infatti è Cristo », dice Paolo (Fil 2, 21; cf. Gal 2, 20).

Così, lentamente, come un fiume che raccoglie in un unico alveo lo zam­pillare di varie fonti, si è venuto formando nella comunità ecclesiale il testo del vangelo.

Il ruolo primario, nella formazione del vangelo, spetta allo Spirito santo, in quel clima d’amore e di gioia che il Risorto aveva comunicato ai discepoli, per cui erano diventati « lettera di Cristo, redatta da noi — dice ancora Paolo — scritta non con l’inchiostro, ma con lo Spirito del Dio vivente, non su tavole di pietra, ma su tavole di carne che sono i vostri cuori » (2 Cor 3, 2). Il «vangelo vivo » è quindi la comunità stessa che vive dello Spirito di Gesù Cristo: senza questo vangelo vivo, il vangelo scritto resta « lettera che uccide » (2 Cor 3, 6).

Questo Spirito non è tuttavia qualcosa di imprecisabile e vago, ma proprio

lo  Spirito del Crocifisso risorto, che spinge a percorrere lo stesso cammino che Gesù ha percorso. Proprio per questo, come abbiamo già visto, la comunità pri­mitiva si è preoccupata di raccogliere dalla cerchia dei discepoli le varie testi­monianze che riguardano Gesù stesso. Avevano capito profondamente che l’unica rivelazione di Dio è l’uomo Gesù, il volto umano di Dio: Lui è la parola di Dio all’uomo, la luce e la vita (cf. Gv 1, 4), « in lui abbiamo palpato il Verbo della vita » (1 Gv 1, 1).

Il vangelo quindi è scritto dallo Spirito nei nostri cuori, è cioè un fatto spi­rituale. Ma come la «Parola si è fatta carne» (Gv 1,14), così il vangelo si fa lettera, in modo che proprio dalla lettera attingiamo lo Spirito e raggiungiamo la parola di vita attraverso la voce concreta di un testo che ci parla in modo qua­lificato di Gesù.

A seconda delle diverse culture e circostanze delle varie comunità abbiamo così vari testi scritti del vangelo. Quattro sono quelli accettati dalla chiesa uni­versale, redatti da diversi autori in stile e con accentuazioni e teologie diverse, con l’unico intento di offrire una contemplazione organica della vita di Gesù: abbiamo così la visione con quattro prospettive, sfaccettature multiformi, di quell’unico progetto di esistenza che ha condotto Gesù dalla croce alla gloria. Ov­viamente i quattro vangeli non narrano tutto. Procedono solo per accenni alle linee essenziali: infatti « ci sono molte altre cose che ha fatto Gesù, le quali, se fossero scritte ad una ad una, non so se il mondo stesso potrebbe contenere i libri che si dovrebbero scrivere» (Gv 21,25). Quanto è stato scritto costituisce tuttavia dei segni sufficienti « affinché crediate che Gesù è il Cristo, il Figlio di Dio, e, credendo, abbiate la vita nel suo nome» (Gv 20,31).

Per cogliere il messaggio di un testo è indispensabile sapere per chi è scritto. Del vangelo sappiamo che nasce da una comunità, come sua testimonianza vis­suta, ed è destinato ad essa, perché giunga alla pienezza di questa testimonianza, fino a quando « Dio sarà tutto in tutti » (1 Cor 15, 28).

Il vangelo quindi sta all’origine di una comunità, che in esso tematizza la ragione e gli aspetti della propria vita, e sta alla sua fine, come adempimento di vita senza fine, di cui è promessa e anticipo. Dei quattro vangeli « canonici » che possediamo è possibile determinare, con approssimazione sufficiente per coglierne il messaggio, quando e in quale comunità siano da situare. A tale scopo ha contri­buito in modo decisivo, con la tradizione degli antichi, soprattutto l’enorme lavoro esegetico compiuto negli ultimi cent’anni.

Ci pare tuttavia inutile attardarci nella questione dettagliata di quali siano i destinatari di ogni singolo vangelo: si rischia infatti di dimenticare la cosa più importante — che, cioè, il messaggio del vangelo è stato scritto ed è normativo per la nostra comunità oggi. Come il confronto col Crocifisso fu sempre, fin dal­l’inizio, la pietra di paragone di ogni comunità cristiana, come di esso si sono nutriti nella fede i nostri padri, in esso è data ancora a noi la parola di vita. Il suo messaggio interpella noi, e penetra nei nostri cuori, « perché la parola di Dio è viva ed efficace e più affilata di qualunque spada a doppio taglio: essa pene­tra, fino a dividere anima da spirito, giunture e midollo, e a discernere i senti­menti e i pensieri del cuore » (Eb 4, 2).

Tra le tante riforme che può aver portato il concilio Vaticano II, la più rivoluzionaria è certamente quella liturgica. Non perché in essa si siano sosti­tuiti riti fatiscenti e formule vecchie con riti vivaci e formule nuove, ma perché, finalmente è stata resa accessibile ad ogni popolo, nella sua propria lingua, la narrazione delle «meraviglie di Dio » (At 2,11). Non è questo il dono di una nuova Pentecoste, un nuovo prender parola dello Spirito, che esprimerà e por­terà a maturazione i suoi frutti? Finalmente è dato a tutti di intendere il vangelo, che è stato scritto per noi.

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