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XX Settimana Biblica Nazionale
04 Luglio-08 Luglio 2016
Diocesi di Caserta

La Settimana Biblica Nazionale è giunta alla sua ventesima edizione. Una manifestazione nata venti anni fa e che ha avuto un tale successo da dover spostare le sue attività dall'Eremo di San Vitaliano di Casola ad uno spazio decisamente più ampio quale il Golden Tulip Plaza di Caserta.

Il 10 giugno alle ore 10:00, presso l'Ente per il Turismo di Caserta a Palazzo Reale, si terrà la conferenza stamapa di presentazione della quarta edizione del Festival "Le Vie dell'Eremo" che si terrà dal 16 giugno al 18 giugno presso l'Eremo di San Vitaliano.

Il progetto culturale nasce da un'idea di Pier Luigi Tortora e, sotto la sua stessa direzione artistica, avrà come titolo "Ricorrenze" con eventi culturali di musica, poesia e teatro.

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San Vitaliano

(+ 16 luglio 699)

            L'abitudine, perché di questo si tratta, ci porta a considerare i Santi come uomini e donne speciali, scelti da Dio, selezionati oculatamente e dotati di poteri sovrannaturali che li portano a compiere miracoli. Ne consegue, di logica, la nostra profonda devozione per simulacri e leggende; quasi mai rammentiamo che solo il Signore compie miracoli. Ma allora, la santità di queste persone speciali, eccezionali, dove sta? Chi è un Santo, o una Santa? La Santità, quella con la S maiuscola, va ricercata nella correttezza di vita di queste persone, a volte colte, altre volte analfabete e semplici, ma che hanno accettato in pieno la loro condizione, qualunque essa fosse, e l'hanno donata come modello per gli altri, senza mai imporla, piuttosto subendola e vivendola, presentandosi a noi come la 'possibilità' che ognuno di noi ha di vivere secondo la legge del Signore. Sembra cosa da poco, e invece quanto è difficile per molti di noi. Sembra quasi un concetto anacronistico per i nostri tempi, ed ecco, allora, lo sminuire i santi nelle loro leggende la cui origine si perde nella notte dei tempi. Ma i santi si pongono come dei veri rivoluzionari, artefici di quella rivoluzione d'amore che trasforma una società verticalizzante e discriminatoria, quale quella umana, in una struttura orizzontale, che si basa sull'unica legge imposta dal Signore, l' Amore verso i propri simili, verso il prossimo, senza discriminazioni, favoritismi o impedimenti di alcuna sorta.

              Il grande scrittore Italo Calvino definisce come 'classico' ogni testo che, a prescindere dal momento storico in cui è stato scritto, regala al lettore di ogni tempo emozioni; un testo, in pratica, che non ha mai finito di dire quello che ha da dire. La Santità, similmente,  può essere definita come un classico della Fede, poiché i Santi, proprio a causa di questa semplicità quotidiana espressa nelle loro vite, sono in grado di parlare a tutti noi con una lingua estremamente contemporanea e comprensibilissima. Vitaliano  uomo di Dio  e Vescovo non fa eccezione.

             L'episodio centrale nella vita di Vitaliano, uomo noto per la sua mitezza, correttezza, onestà e serietà, accade quando il Vescovo è già avanti negli anni (ne ha 70).  Per screditarlo, alcuni prelati sostituirono, durante la notte, i suoi abiti vescovili e calzari con abiti e calzari femminili, per montare contro di lui un'accusa di immoralità. Il premuroso Vitaliano, nella foga di vestirsi per le preghiere dell'ora della veglia, svolte in ora notturna, non si accorse dello scambio, e quando al mattino i fedeli giunsero per le funzioni, i suoi nemici poterono schernirlo e mortificarlo, accusandolo di andare a prostitute durante la notte e poi predicare la castità di giorno. Vitaliano fu preso dallo sgomento e dallo sconforto, e scoppiò in lacrime. Ma il Signore illuminò la sua mente e il Vescovo offeso, in un esempio di rara scaltrezza e intelligenza, capovolse l' umiliazione uscendone a testa alta. Riconoscendosi peccatore, Vitaliano ammise di non essere il vescovo adatto  per quelle persone e decise di lasciare il suo ufficio ad un altro 'secondo la vostra moralità'[1]. In pratica, Vitaliano sta dicendo loro che non si meritano un uomo di Dio a guidarli, che come Cristo anche lui porta sulle sue spalle il peso della condanna di iniquità commesse da altri e le accetta, per ripetere il Calvario di Cristo, così che  mostrando loro la sua sottomissione e accettazione di espiazione dei loro peccati, li rende consapevoli dei loro errori. Vitaliano, facendosi peccatore pur essendo innocente, rende evidente il peccato degli altri, in un gesto di grande amore verso il suo prossimo, un gesto che ripercorre la via del Vangelo per viverlo in pratica. Ecco la Santità.

              Vitaliano è dispiaciuto per la sorte dei poveri di spirito, condotti a peccare dal male presente in alcuni manipolatori. Prima di lasciare la chiesa, però, Vitaliano profeticamente ammonisce quelle persone: “ A causa del mio peccato [che non esiste, n.d.a.] molte sventure si abbattono su di voi.”[2]   ed esce a testa alta dalla chiesa e si avvia verso Roma[3]. I suoi nemici, timorosi di un suo resoconto dell'accaduto al Papa, lo aggrediscono, lo chiudono in un sacco di pelle e lo gettano in mare. Ma il sacco non affonda e Vitaliano viene ripescato dopo pochi giorni nei pressi del porto di Ostia. Raggiunge Roma e continua la sua missione. Nei sei mesi della sua permanenza a Roma, Capua soffrì una terribile siccità, seguita da pestilenza e carestia. Il popolo capì che era il prezzo del sacrilegio commesso verso l'uomo di Dio. Vitaliano fu richiamato a Capua e tutto tornò alla normalità. Vitaliano perdonò tutti e i cittadini lo pregarono di ritornare nuovamente ad essere il loro vescovo, ma Vitaliano rifiutò, non perché era offeso, ma perché non si sentiva più degno di poter portare quell'abito che era un ministero.

             Se l'uomo tende ad abbassare tutto al suo livello, Vitaliano cerca di innalzare l'essere umano fino a Dio. Qui c'è la chiave di lettura del messaggio che Vitaliano manda a noi, viandanti del XXI secolo:  L'abito che Vitaliano non si sente più degno di portare è un abito morale, che riveste la dignità di ogni essere umano, e non può essere né sporcato né offeso.  Questo abito fa di noi quello che siamo agli occhi del Signore: un padre, una madre, un ammalato, uno studente, un povero, un ricco, un soldato, un importante uomo d'affari o un semplice contadino, e via dicendo. Il rispetto di questo abito , il suo rimanere immacolato e integro, fa di noi esseri rispettabili e credibili, affidabili. Ogni lordura di questo abito è una diminuzione del nostro valore sociale e umano, il rispetto che ci è dovuto in quanto esseri umani non esiste più e viene decretata la nostra morte sociale: in pratica non esistiamo più. Guardiamoci intorno e vedremo quante creature di Dio non esistono ai nostri occhi e secondo le nostre leggi perché i loro abiti sono a brandelli e lordi.

             L'abito di Vitaliano fu deriso per deridere lui, per sminuirlo[4]. Quando esso gli fu nuovamente offerto, Vitaliano rifiutò di rivestirlo, per farci capire che non possiamo impunemente giocare con la dignità delle persone, non possiamo svestirle e rivestirle come ci pare e piace. La dignità appartiene ad ogni essere umano ed è un valore innato, datoci dall'essere stai creati a immagine e somiglianza di Dio, distruggerla è un sopruso che punisce chi lo compie, piuttosto che mortificare chi ne è vittima.   

 

[1]  Istituto di Scienze Religiose S. “Pietro”, San Vitaliano Vescovo di Capua, Ritratto di un Presule dell'antica Terra di Lavoro, a cura di Antonio Tubiello, maggio 2005, p.4

[2]ibidem

[3]Sembra quasi di sentire le parole di Cristo mentre sale al Calvario: << Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli....>> Luca 23,28-32.

[4]Ancora una volta Vitaliano rivive su di sé il Vangelo: Gesù fu spogliato dei suoi abiti e rivestito di un manto regale,a Vitaliano saranno sostituiti i propri abiti con altri femminili: a Gesù si imputava, attraverso gli abiti regali, la sua presunta volontà di un potere regio terreno; a Vitaliano si imputava il sospetto della fornicazione e della debolezza della carne, peccato particolarmente grave per un prelato.

San Patrizio

(380? - 460?)

Le prime tracce storico-biografiche di Patrizio risalgono al 650 circa, quando apparve la prima biografia del santo a cura dell'irlandese Muirchù, il quale riporta tracce della Confessione e della Lettera ai soldati di Corotico, due documenti autografi di Patrizio. Poco dopo, un'altra biografia di Patrizio apparve, a cura del vescovo Tìrechàn. Benché degni di nota, entrambi questi lavori sono alquanto romanzati, pieni di leggende ed esagerazioni. Ben più degne di nota, invece, sono le copie degli scritti patriciani fatte pervenire in Francia e in Bretagna. Nell'807 entrambi i documenti entrano a far parte  di una collezione di testi in Irlandese Antico contenuti nel Libro di Armagh, un libro miniato curato dallo scriba Ferdomnach e dall'abate Torbach e conservato, ora, presso la biblioteca del Trinity College di Dublino. La Confessione è un documento di estrema importanza, perché in essa Patrizio stesso ci racconta l'inizio della sua storia umana e spirituale.

Molte leggende legano Patrizio ad una serie di miracoli che non sono mai accaduti, come la liberazione dell'Irlanda dai serpenti e il famoso Pozzo, luogo dove la leggenda narra che il Santo si sia ritirato a pregare e digiunare. Il Pozzo di San Patrizio è una leggenda agiografico-escatologica di origine medioevale redatta dal cistercense Enrico di Saltrey tra il 1170 e il 1185. In essa si narra di come Cristo indichi a San Patrizio una caverna entro la quale ritirarsi e pregare. La caverna diviene un percorso attraverso l'oltretomba, che permette a chi vi entra di uscirne mondato da tutti i suoi peccati dopo averlo condotto dalle pene dell'inferno alla beatitudine di un luogo ameno dove vivono le anime del Paradiso. In epoca immediatamente successiva, il Trattato di Enrico venne tradotto in francese da Maria di Francia con il titolo Il Purgatorio di San Patrizio. Un'altra leggenda vuole che San Patrizio, che nel suo cammino si aiutava con un bastone, era solito piantare questo bastone nel terreno del luogo dove cominciava a predicare. Quando la predica era finita il bastone era diventato un albero (una bellissima allegoria di come Patrizio riuscisse a far radicare e germogliare la fede). Ma la leggenda più bella, forse, è quella che vuole San Patrizio  giudice degli irlandesi nel giorno del Giudizio.

             Quello che è vero è che Patrizio non forzò la cultura indigena, né offese la religione preesistente, ma dolcemente e pazientemente innestò il cristianesimo sulle strutture più spirituali del druidismo celtico; non vietò la simbologia del sole, ma inserì la Croce all'interno di un cerchio rappresentante il disco solare, dando vita a quella che ancora oggi è chiamata croce celtica e adottò il bianco come colore dei suoi abiti cerimoniali, lo stesso colore sacro per i sacerdoti druidi.

             La Trinità, questo è il pilastro della fede di Patrizio: l'assoluta certezza della Trinità che opera sempre e in ogni uomo come Padre/Figlio/Spirito Santo. L'intero mondo è tenuto insieme dalla Trinità; l'uomo stesso, che voglia o no, è oggetto d'attenzione della Trinità che opera all'interno stesso dell'individuo. Patrizio sperimenta personalmente l'efficacia Trinitaria attraverso l'azione dello Spirito Santo. Da poco approdato sul suolo britannico dopo la sua fuga, Patrizio si addormenta. Il diavolo, in forma di un grosso e pesante macigno (non mi sembra casuale questa rappresentazione della litolatria pagana celtica, insieme all'immagine idolatra dei serpenti) gli si mette sul petto e gli impedisce di respirare. Patrizio chiede aiuto al profeta Elia quando, improvvisamente, viene 'fisicamente' proiettato dentro sé stesso e si vede nell'atto di pregare. Una voce calda e rassicurante sopraggiunge, dicendogli che ciò che sta guardando è lo Spirito Santo che in ognuno di noi prega con noi o per noi, per aiutarci a vincere il male. I raggi caldi del sole nascente risvegliano Patrizio sollevato dal peso oppressivo che gli impediva di respirare ma, soprattutto, pienamente consapevole dell'esperienza fatta. Forse è questo il vero significato del Pozzo di San Patrizio, questa discesa che ognuno dovrebbe fare per cercare il luogo intimo in cui lo Spirito Santo risiede. Questa esperienza segnerà la nascita del concetto patriciano di Trinità che Patrizio non abbandonerà mai più: Dio sceglie e indica, Cristo annuncia, lo Spirito Santo agisce, la Trinità tutta protegge.

             Patrizio ha sperimentato nella sua vita ogni tipo di esperienza. Nato in una famiglia ricca, potente e appartenente al clero, suo padre era un diacono e un magistrato, suo nonno un presbitero, fino al suo rapimento visse tra agi, ozi e, per sua stessa ammissione, totalmente ateo. All'età di quindici anni accade un evento che segnerà la sua vita per sempre, e del quale si pentirà continuamente, definendosi peccatore. Non conosciamo la natura di questo peccato di “un giorno, anzi di una sola ora”, come lui stesso scrive nella sua Confessione. Sappiamo, comunque, che questo  evento rappresenterà una macchia indelebile, un macigno da trasportare per tutta la vita a segno di onta e punizione. Il peso di questa colpa divenne per Patrizio così opprimente che decise di raccontarlo al suo migliore amico. Poco dopo, mentre era solo nella villa di famiglia in campagna, Patrizio fu rapito da una banda di razziatori celti e portato schiavo in Irlanda.

            Fu durante la sua schiavitù che Patrizio scoprì la fede, cominciando a digiunare e pregare al mattino e alla sera, mentre accudiva un gregge di pecore, chiedendo al Signore di ritornare a casa. Il Signore ascoltò le sue preghiere e, in un sogno premonitore, gli promise di farlo tornare dalla sua famiglia, dalla quale si allontanò dopo poco perché, durante un altro sogno premonitore, aveva ricevuto un messaggio dalle persone con le quali aveva condiviso la schiavitù che gli chiedevano aiuto. Dopo una 'scomparsa' di diversi anni, forse girando per monasteri della Gallia e dell'Italia, e sulle tracce del  vescovo Martino di Tours, ricompare in Irlanda, probabilmente come missionario, al seguito del vescovo Palladio, inviato in quelle terre da papa Celestino I per combattere l'eresia pelagiana. Palladio, che per qualche tempo vedrà le sue tracce storiche mischiate a quelle di Patrizio, resisterà solo un anno in terra d'Irlanda. Morirà nel viaggio di ritorno in Bretagna. Patrizio diventa vescovo, anche e soprattutto grazie all'appoggio di quell'amico a cui aveva un giorno confessato il suo peccato.

             La missione di Patrizio fece breccia dolcemente nei cuori celtici. Spesso i santi sono venerati per l'eccezionalità dei loro miracoli, di Patrizio non si narrano miracoli eclatanti. Patrizio non ha cercato mai la santità per sé, si riteneva troppo indegno, ma era convinto di poter rendere santi gli altri, perché era per questo che Dio gli si era palesato. Il miracolo di Patrizio è quello di avere imposto un Dio unico in una società sovraccarica di dei attraverso una evangelizzazione senza sangue, senza martiri. Il messaggio di Patrizio riguarda la dignità che ogni essere umano deve avere, una dignità che non può essere sottratta né con la schiavitù, né con la discriminazione, né tanto meno con la forza.  L'essere umano è sacro, poiché caro a Dio, e noi non dobbiamo giudicare. Conoscenza, comprensione, rispetto, dialogo, integrazione, sono queste le parole chiavi per comprendere il grande lavoro di Patrizio e la portata sia storica che spirituale della sua figura, e che lo rendono attuale e fonte di riflessione anche a chi non è credente. È nella natura di Patrizio riuscire a raggiungere tutti. Patrizio non ha imposto Dio, ma ha cercato Dio in ogni persona che ha incontrato, a prescindere da razza, religione, cultura, sesso e classe sociale, e lo ha rivelato a ciascuno di essi,  profondamente consapevole dell'azione divina attraverso la Spirito Santo che è in ognuno di noi.

             L'oblio e l'ostracismo contro Patrizio arrivano quando, a seguito di un'incursione di soldati romani comandati dal re Corotico, alcuni irlandesi che erano stati appena battezzati furono rapiti e messi in schiavitù. Per Patrizio Il battesimo era fondamentale, perché rendeva gli uomini figli di Dio, e considerò sempre i battezzati i suoi 'figli' che aveva aiutato a nascere nella fede. L'atto di Corotico per Patrizio fu offensivo e spregevole, come scrive nella sua lettera, persino all'Inferno. Corotico, un battezzato, non ha rispettato i suoi fratelli in Cristo. Inoltre, quando Patrizio manda al campo romano due suoi preti a chiedere che i catturati siano rimessi in libertà, la risposta di Corotico è una sprezzante risata. Patrizio, preso dall'ira, scrive una lettera di scomunica a Corotico e alla sua soldataglia, ma non la spedisce, prima, ai vertici ecclesiastici. Questo atto indispettì tutto il clero britannico, che vide in questa azione un gesto di 'indipendenza'. Cominciarono a circolare calunnie sulla condotta di Patrizio, sul suo rifiuto di accettare denaro per i battesimi e le ordinazioni e di rimandare indietro i gioielli che le nobildonne gli donavano a seguito della loro consacrazione. Inoltre, e qui forse c'è la nota più dolente, quell'amico a cui Patrizio aveva confessato il suo peccato e che tanto si era adoperato affinché Patrizio diventasse vescovo in Irlanda, lo tradì. Patrizio stava per rientrare in Bretagna per discolparsi, ma ancora una volta il Signore gli parlò, dicendogli di lasciar perdere le calunnie, e rimanere al suo posto, vicino alle persone che avevano veramente bisogno di lui. Come sempre Patrizio obbedì, e scrisse la Confessione, nella quale riportò onestamente tutti gli eventi della sua vita.

             Patrizio visse, per volontà di Dio, come egli affermò sempre, tra le genti barbare e pagane che lo avevano rapito e reso schiavo e le amò, poiché esse erano care a Dio. Studiò a fondo la loro cultura e la lingua; si immedesimò con loro vestendo come un druido e parlando con la sua divinità attraverso i sogni. Tutto ciò rese Patrizio una persona sacra agli occhi dei celti. Così, come Patrizio cercò con tutte le sue forze di proteggerli, anche i 'barbari' celtici lo protessero, costruendo intorno alla sua persona una rete protettiva di leggende, affinché la sua figura non potesse essere né attaccata né distrutta.

             Per diversi secoli l'oblio cadde su Patrizio, anche perché il Santo stesso aveva lasciato poche tracce di sé, muovendosi su una larga area del territorio. Certo è che la sua influenza plasmò tutto il cristianesimo celtico seguente, formando missionari e culto. Un maggiore interesse in San Patrizio si è sviluppato a partire dagli anni '70 del secolo scorso, producendo interessanti informazioni non solo sul Santo, ma anche sulla vita in Bretagna e in Irlanda nel periodo in cui visse.

Caratteristiche della Chiesa Celtica

 Il metodo per calcolare la data della Pasqua, che veniva celebrata all'equinozio di primavera e che in seguito fu celebrata la prima domenica dopo la prima luna piena successiva all'equinozio.

  • Il metodo di tonsura, praticato dai monaci: nel cristianesimo celtico si radeva la fronte da un orecchio all'altro, ma accettato in seguito di radere la corona al centro della testa.
  • L'autorità dei vescovi era concepita in modo diverso: nel cristianesimo celtico era generalmente attribuita agli abati o alle badesse dei monasteri, ovvero a persone che non necessariamente avevano l'ordine sacerdotale. In seguito gli abati furono eletti vescovi delle diocesi. Il ruolo delle donne nell'organizzazione ecclesiastica fu parimenti ridimensionato.
  • L'esenzione dalla macchia del peccato originale riguardava secondo il cristianesimo celtico non solo Gesù e Maria, concepiti senza peccato per volere di Dio, e san Giovanni Battista, nato senza peccato originale in seguito all'essere stato "ripieno di Spirito Santo quando era ancora nel ventre materno, ma anche altri personaggi, come il biblico Giosuè, ai quali questa qualità non era riconosciuta dalla Chiesa romana.
  • Il cristianesimo celtico aveva elaborato i concetti dell'Immacolata Concezione e dell'Assunzione di Maria, derivati dalla dottrina dell'esenzione di Maria dal peccato originale (affermando :"Decuit, potuit, fecit" , ovvero "Era appropriato, [Dio] poteva, [Dio] lo fece"). L'Immacolata Concezione divenne dogma della Chiesa cattolica nel 1854 l'Assunzione di Maria nel 1950.
  • Per i bambini morti senza battesimo, che non avevano possibilità di andare in Paradiso, il cristianesimo celtico riteneva che "la pioggia che cadeva dai cornicioni delle chiese" li avrebbe battezzati.
  • Il battesimo era celebrato nel cristianesimo celtico quattro volte l'anno, ma in seguito si praticò il battesimo dei bambini entro gli otto giorni dalla nascita.
  • Secondo la Chiesa romana, questa era alimentata dal sangue dei martiri, mentre la Chiesa celtica non aveva "né martiri, né autorità": Roma inviò per questo motivo in dono numerose reliquie.
  • La persecuzione della stregoneria non fu mai attuata: in Irlanda il primo sinodo di Patrick aveva comminato la scomunica contro chi perseguitasse le streghe.
  • Il cristianesimo celtico utilizzava il simbolo della croce celtica, una croce simmetrica sovrapposta ad un cerchio, tuttora utilizzata.
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Info

  • Prima Lettura ISAIA 43,16-21
  • Salmo 125/126,1-6
  • Seconda Lettura FILIPPESI 3,8-14
  • Vangelo GIOVANNI 8,1-11

Dal 4 luglio all'8 luglio presso il Plaza Hotel di Caserta, si terrà la XX Settimana Biblica Nazionale Il libro della Genesi: I Patriarchi. Relatori: Bruna Costacurta(biblista) e Giuseppe di Virgilio (biblista).

Gli altri tre Vangeli sono un racconto storico-teologico della vita di Gesù. Quello attribuito a Giovanni è piuttosto come un teatro, uno «spettacolo» in cui si «vede» chi «parla». È un intreccio di dialoghi e lunghi monologhi, con brevi indica­zioni di luogo, di tempo e di azione; protagonista è la Parola stessa, diventata carne in Gesù, per manifestarsi all’uomo ed entrare in dialogo con lui. E il dramma dell’in- contro/scontro tra l’uomo e la sua Parola, dalla quale e per la quale è fatto.

Il nostro destino si gioca infatti nella parola scambiata: essa può fiorire in comu­nicazione, comunione e felicità, oppure abortire nell’incomunicabilità, nella solitudi­ne e nell’angoscia. Per noi tutto dipende dalla parola, che può generare verità e luce, libertà e amore, dono e vita, oppure causare errore e tenebra, schiavitù e odio, pos­sesso e morte. Il Vangelo secondo Giovanni è come un «concerto», una lotta (cum- certare = lottare con) tra queste realtà contrastanti, alle quali nessuno è indifferente. Si tratta di ciò che tutti desideriamo o temiamo, che ci dà o ci toglie la nostra identità.

Nel racconto della creazione si dice che ogni vivente è creato secondo la pro­pria specie; dell’uomo invece non si dice che appartenga a una specie. E infatti de­positario della parola: «diventa» la parola che ascolta e alla quale risponde. Egli è li­bero di determinare la propria natura. Se ascolta la parola di Dio, partecipa alla na­tura di Dio; se ascolta altre parole, diventa a loro immagine e somiglianza.

La parola ci pone in relazione con gli altri e ci mette a disposizione ogni realtà, nel bene e nel male. Essa ci entra nell’orecchio, accende l’intelligenza, riscalda il cuore e muove mani e piedi: «informa» le nostre facoltà ed energie, il nostro sentire e pensare, volere e fare, la nostra esistenza intera. La parola, come ci informa, così ci trasforma.

Se l’uomo di sua «natura» è ascolto e risposta, Dio a sua volta è Parola, comu­nicazione di sé senza residui. Parlare è consegnare se stesso all’altro. Dio e uomo so­no interlocutori: nel dialogo i due si scambiano tutto e diventano un’unica realtà, pur nella distinzione.

Diventare come Dio! Il nostro sogno è lo stesso di Dio; e si realizza nell’ascol­to della Parola che ci dà il potere di diventare figli di Dio.

Avvertiamo però che le cose non sono così semplici: la parola è per noi anche luogo di equivoci e fraintendimenti, fonte di ogni male. È come se fosse entrato un virus, che guasta il nostro programma. Il Vangelo è come un antivirus, che corregge l’errore specifico che certe parole hanno per noi. Si tratta di parole fondamentali, come padre, figlio, verità, libertà, fiducia, amore, che riguardano la possibilità stessa della nostra esistenza umana. Il Vangelo è un antidoto, che le «svelena» dalla morte e le restituisce alla loro autenticità.

Oltre che terapeutica, la Parola è anche «maieutica»: come ripara il nostro co­dice genetico, così ci fa nascere progressivamente alla nostra identità di figli di Dio e di fratelli degli altri. Il Vangelo secondo Giovanni, chiamato anche il «quarto Vangelo», mettendo come protagonista la Parola, ha questo intento. La forma del dialogo è la più adatta allo scopo. Chi lo legge è letto e reinterpretato da ciò che leg­ge: la Parola dice ciò che accade in lui e fa accadere in lui ciò che dice. Alla fine il let­tore si accorge di diventare lui stesso un nuovo racconto: quello della Parola che ha ascoltato. Se Marco dice che la Parola seminata cresce «automaticamente» (cf. Me 4,28), Giovanni si premura di contemplare come avviene questo germinare e cre­scere sino al frutto pieno.

Giovanni non contiene «esorcismi», perché la Parola di verità è un esorcismo dalla menzogna. E non contiene neppure il racconto della trasfigurazione (cf. però 12,28b), risultato finale di ogni esorcismo, perché è il punto di vista dal quale fa ve­dere tutto. È infatti il Vangelo della Gloria.

Storicità del Vangelo secondo Giovanni

In Giovanni i «fatti» sono ridotti al minimo: sono dei «segni», brevemente rac­contati, per lasciare ampio spazio al loro significato. Più che narrare, il quarto Van­gelo interpreta.

Questo però non pregiudica la storicità. La storia non è solo un insieme di eventi accaduti, ma soprattutto il senso che essi hanno e cosa fanno accadere. Un fat­to è storico perché determina l’inizio di un processo che modifica il modo di capire e di agire dell’uomo. La mela che cadde sulla testa di Newton è «storica» per l’inter­pretazione che ne è seguita.Tante altre mele sono cadute senza fare storia! Giulietta e Romeo sono personaggi storici non solo perché sono esistiti, ma perché ancora og­gi, chi legge Shakespeare, li ritrova in se stesso. Del senso originario di un racconto storico fa parte anche il senso che esso ha originato nella storia.

Il Vangelo secondo Giovanni, ponendosi soprattutto come interpretazione, è quindi sommamente storico: non è tanto una finestra aperta sul cortile del passato, per vedere ciò che è avvenuto allora, quanto uno specchio che fa vedere ciò che ac­cade qui e ora in chi legge.

Chi vuol tentare un commento al Vangelo secondo Giovanni incontra una dif­ficoltà particolare che non c’è con gli altri Vangeli. Marco e Luca, infatti, sono una serie di racconti, altamente simbolici: basta spiegarli e chiarirli per comprenderli. Matteo, a sua volta, è strutturato «didatticamente», ben diviso in cinque discorsi, se­guiti da altrettante sezioni narrative, che mostrano come Gesù fa ciò che dice: in lui parola e azione si illustrano a vicenda. Giovanni invece è poco racconto e quasi tut­to spiegazione. Da qui il problema: come spiegare una spiegazione, chiarire un chia­rimento? È più penoso che parafrasare una poesia, più rischioso che sciogliere una sinfonia, più ridicolo che spiegare una barzelletta.

Il Vangelo secondo Giovanni è veramente, ma anche ingannevolmente sem­plice. Già una prima lettura è di suggestiva evidenza: si coglie subito che Gesù, con ciò che fa e dice per i fratelli, mostra l'amore del Padre. Quando però si cerca di ca­pire meglio, le cose diventano complicate. Si ha l’impressione di nuotare nell’ocea­no o di voler abbracciare l’acqua. Non resta che immergersi dentro e giocare pia­cevolmente con le onde, perdendosi in un orizzonte senza orizzonte. E un Vangelo nel quale bisogna entrare con ésprit de finesse, con l’occhio del contemplativo che gode dell’acqua e dell’aria, del moto e della luce. Va letto e riletto, masticato e ru­minato, gustato e assimilato. Ogni frase è un’ondata dello stesso mare e riporta la stessa realtà infinita. Chi si abbandona ad essa, vive in una nuova dimensione e si trova a suo agio: ritrova la propria vita, come appunto il pesce nell’acqua o l’uccel­lo nell’aria.

Contenuto, articolazione e finalità

Il Vangelo secondo Giovanni è composto di 15.916 parole greche e utilizza 1.011 vocaboli diversi. Sono termini semplici e primordiali, altamente evocativi, spesso accostati per opposizione, in ognuno dei quali risuona il tutto dell’esperienza umana.

Il contenuto del Vangelo è il Figlio che parla ai fratelli del Padre, che ancora con conoscono. Padre ricorre direttamente 136 volte, riferito 109 volte al Padre celeste, designato anche come «Dio», «colui che invia/manda», il «da dove» e il «verso dove», o con altre espressioni. Figlio ricorre solo 55 volte, per lo più riferito a Gesù. Siccome, però, è sempre lui che agisce e parla, tutto il suo agire e parlare è nella coscienza di Figlio che conosce e ama il Padre e i fratelli. Questa relazione Padre/Figlio è la Gloria (41 volte) da «sapere» e «conoscere» (141 volte), da «vedere» (110 volte, con quattro diversi verbi in greco): per questo c’è la «parola» e il «parlare» (99 volte), il «testimo­niare» e la «testimonianza» (47 volte) della «verità», di ciò che è «vero» e «veritiero» (48 volte), perché, attraverso la Parola, il «mondo» (78 volte) «creda» (98 volte), ab­bia la «vita» e «viva» (53 volte). Ciò avverrà nell’«ora» (26 volte) decisiva, quando Dio diventerà «dimora» (40 volte) nostra e noi sua. Credere e accogliere la parola del Figlio ci fa diventare ciò che siamo: figli amati dal Padre, che amano i fratelli.

Come già detto, il testo riferisce poche azioni: in tutto sette «segni» (le nozze di Cana: 2,1-11; la guarigione del figlio di un funzionario regio: 4,46-54; la guarigione di un infermo: 5,1-18; il dono del pane: 6,1-13; il cammino sul mare: 6,16-21; la guarigione di un cieco: 9,1-41; la risurrezione di Lazzaro: 11,1-44) e alcuni «gesti simbolici» (la fru­sta nel tempio: 2,13-22; il perdono dell’adultera: 8,1-11; l’unzione di Betania: 12,1-11; l’ingresso messianico sull’asinello: 12,12-19; la lavanda dei piedi: 13,1-20; il boccone dato al traditore: 13,21-30).

Questi segni e gesti simbolici introducono, fin dall’inizio, alla realtà significata: la Gloria, che si rivela nell’ora deH’innalzamento sulla croce. Questa è ampiamente sviluppata nella seconda parte del Vangelo, che racconta l’ultimo giorno di Gesù.

Il resto è tutto un dialogo, che «fa accadere» nel lettore la realtà che quel «se­gno» o «simbolo» significa. Talora, come con Nicodemo o la Samaritana, ma ancor di più nella seconda parte del Vangelo, il segno è la Parola stessa che dialoga con noi.

Le molte voci che entrano in scena si riducono a due: quella di Gesù e quella di tutti gli altri, che rappresentano le nostre varie reazioni davanti alla sua. Lui è il pro­tagonista: la «Parola» eterna di Dio, il Figlio che rivela l’amore del Padre. Noi siamo gli antagonisti, suoi interlocutori, che un po’ alla volta vengono alla luce della loro verità. Nel finale tutte le voci si armonizzano in un’unica Parola: quella del Figlio e di ogni fratello che ha riconosciuto e accettato il dono del Padre. È la soluzione a lie­to fine del dramma, il nostro passaggio dalla morte alla vita.

Il contenuto della «buona notizia» è quindi la Parola stessa che diviene carne in Gesù, il Figlio che si fa fratello di tutti gli uomini, perché credano all’amore del Padre, ritrovino la propria identità di figli e diventino fratelli.

L’articolazione del Vangelo secondo Giovanni è estremamente lineare. Dopo l’inno iniziale, preludio dei temi da svolgere (1,1-18), e la testimonianza del Battista con quella dei primi discepoli (1,19-51), c’è una prima parte, chiamata il «libro dei segni» (2,1-12,36), che prepara la seconda parte. Questa, a sua volta, presenta l’«ora» in cui si compie ciò che i segni significano: la glorificazione del Figlio che ci ama fino all’estremo e ci comunica il suo Spirito (13,1-20,29). La prima parte è se­guita da una considerazione teologica sulla fede/incredulità e dall’appello di Gesù a credere in lui (12,37-43.44-50); la seconda è seguita da un epilogo che mostra la co­munità nuova dei fratelli che hanno creduto alla Parola e continuano la stessa mis­sione del Figlio nel mondo (21,1-25).

Il fine del Vangelo è credere che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio: chi lo acco­glie ha la vita eterna, la vita di Dio (20,31; cf. 1,12), l’ineffabile amore tra Padre e Figlio che si effonde su tutte le creature.

Il mezzo per raggiungere questo fine è la Parola stessa, testimoniata nel Vangelo, che entra in dialogo con noi. Essa provoca uno scandalo e mette in moto una «crisi», un processo di rivelazione di Dio e di salvezza nostra.

Il Vangelo secondo Giovanni rappresenta il dramma della scelta tra fede e in­credulità, la lotta tra la luce e le tenebre che c’è in ciascuno di noi. La Parola inne­sca e sviluppa, riproduce e risolve nel lettore un lento cammino di illuminazione. Le parole del Vangelo, che si susseguono in libera associazione, hanno il potere di libe­rare il rapporto tra noi e la verità profonda del nostro cuore.

Luogo, data di nascita e destinatari del Vangelo

Il Vangelo secondo Giovanni è nato in una comunità giudeo-cristiana della dia­spora. che si trova probabilmente a Efeso, forse ad Antiochia di Siria, o in altre città che hanno una forte comunità ebraica in contatto con l’ambiente ellenistico.

Il  testo porta i segni del trauma subito dai primi giudeo-cristiani quando sono stati espulsi dalla sinagoga. La data quindi è dopo gli anni 90.