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ALLA DONNA: VA E D’ORA IN POI NON PECCARE PIU’

Può sconcertare, può anche scandalizzare la bontà del Signore. Chiediamo di saperla accogliere e di saper benedire il Signore “non dimenticando tanti suoi benefici”, benedicendolo sempre.

“Chi ha sete venga a me e beva”. Il Signore promette il suo Spirito, la sua vita che è l’amore che il Padre ha per lui ed è lo stesso che lui ha per noi. Questa sera vediamo come lui comunica il suo Spirito, come lui comunica la sua vita ed il suo amore. Abbiamo una scena molto delicata, una scena anche inusuale in Giovanni, probabilmente non è da Giovanni e comunque sta molto bene a questo punto, perché in questo racconto famoso dell’adultera perdonata, si riallacciano i fili fondamentali del rapporto che ha Gesù con la legge e della novità antica che porta, del Dio che perdona. Così iniziamo il capitolo 8°.

Gli altri tre Vangeli sono un racconto storico-teologico della vita di Gesù. Quello attribuito a Giovanni è piuttosto come un teatro, uno «spettacolo» in cui si «vede» chi «parla». È un intreccio di dialoghi e lunghi monologhi, con brevi indica­zioni di luogo, di tempo e di azione; protagonista è la Parola stessa, diventata carne in Gesù, per manifestarsi all’uomo ed entrare in dialogo con lui. E il dramma dell’in- contro/scontro tra l’uomo e la sua Parola, dalla quale e per la quale è fatto.

Il nostro destino si gioca infatti nella parola scambiata: essa può fiorire in comu­nicazione, comunione e felicità, oppure abortire nell’incomunicabilità, nella solitudi­ne e nell’angoscia. Per noi tutto dipende dalla parola, che può generare verità e luce, libertà e amore, dono e vita, oppure causare errore e tenebra, schiavitù e odio, pos­sesso e morte. Il Vangelo secondo Giovanni è come un «concerto», una lotta (cum- certare = lottare con) tra queste realtà contrastanti, alle quali nessuno è indifferente. Si tratta di ciò che tutti desideriamo o temiamo, che ci dà o ci toglie la nostra identità.

Nel racconto della creazione si dice che ogni vivente è creato secondo la pro­pria specie; dell’uomo invece non si dice che appartenga a una specie. E infatti de­positario della parola: «diventa» la parola che ascolta e alla quale risponde. Egli è li­bero di determinare la propria natura. Se ascolta la parola di Dio, partecipa alla na­tura di Dio; se ascolta altre parole, diventa a loro immagine e somiglianza.

La parola ci pone in relazione con gli altri e ci mette a disposizione ogni realtà, nel bene e nel male. Essa ci entra nell’orecchio, accende l’intelligenza, riscalda il cuore e muove mani e piedi: «informa» le nostre facoltà ed energie, il nostro sentire e pensare, volere e fare, la nostra esistenza intera. La parola, come ci informa, così ci trasforma.

Se l’uomo di sua «natura» è ascolto e risposta, Dio a sua volta è Parola, comu­nicazione di sé senza residui. Parlare è consegnare se stesso all’altro. Dio e uomo so­no interlocutori: nel dialogo i due si scambiano tutto e diventano un’unica realtà, pur nella distinzione.

Diventare come Dio! Il nostro sogno è lo stesso di Dio; e si realizza nell’ascol­to della Parola che ci dà il potere di diventare figli di Dio.

Avvertiamo però che le cose non sono così semplici: la parola è per noi anche luogo di equivoci e fraintendimenti, fonte di ogni male. È come se fosse entrato un virus, che guasta il nostro programma. Il Vangelo è come un antivirus, che corregge l’errore specifico che certe parole hanno per noi. Si tratta di parole fondamentali, come padre, figlio, verità, libertà, fiducia, amore, che riguardano la possibilità stessa della nostra esistenza umana. Il Vangelo è un antidoto, che le «svelena» dalla morte e le restituisce alla loro autenticità.

Oltre che terapeutica, la Parola è anche «maieutica»: come ripara il nostro co­dice genetico, così ci fa nascere progressivamente alla nostra identità di figli di Dio e di fratelli degli altri. Il Vangelo secondo Giovanni, chiamato anche il «quarto Vangelo», mettendo come protagonista la Parola, ha questo intento. La forma del dialogo è la più adatta allo scopo. Chi lo legge è letto e reinterpretato da ciò che leg­ge: la Parola dice ciò che accade in lui e fa accadere in lui ciò che dice. Alla fine il let­tore si accorge di diventare lui stesso un nuovo racconto: quello della Parola che ha ascoltato. Se Marco dice che la Parola seminata cresce «automaticamente» (cf. Me 4,28), Giovanni si premura di contemplare come avviene questo germinare e cre­scere sino al frutto pieno.

Giovanni non contiene «esorcismi», perché la Parola di verità è un esorcismo dalla menzogna. E non contiene neppure il racconto della trasfigurazione (cf. però 12,28b), risultato finale di ogni esorcismo, perché è il punto di vista dal quale fa ve­dere tutto. È infatti il Vangelo della Gloria.

Storicità del Vangelo secondo Giovanni

In Giovanni i «fatti» sono ridotti al minimo: sono dei «segni», brevemente rac­contati, per lasciare ampio spazio al loro significato. Più che narrare, il quarto Van­gelo interpreta.

Questo però non pregiudica la storicità. La storia non è solo un insieme di eventi accaduti, ma soprattutto il senso che essi hanno e cosa fanno accadere. Un fat­to è storico perché determina l’inizio di un processo che modifica il modo di capire e di agire dell’uomo. La mela che cadde sulla testa di Newton è «storica» per l’inter­pretazione che ne è seguita.Tante altre mele sono cadute senza fare storia! Giulietta e Romeo sono personaggi storici non solo perché sono esistiti, ma perché ancora og­gi, chi legge Shakespeare, li ritrova in se stesso. Del senso originario di un racconto storico fa parte anche il senso che esso ha originato nella storia.

Il Vangelo secondo Giovanni, ponendosi soprattutto come interpretazione, è quindi sommamente storico: non è tanto una finestra aperta sul cortile del passato, per vedere ciò che è avvenuto allora, quanto uno specchio che fa vedere ciò che ac­cade qui e ora in chi legge.

Chi vuol tentare un commento al Vangelo secondo Giovanni incontra una dif­ficoltà particolare che non c’è con gli altri Vangeli. Marco e Luca, infatti, sono una serie di racconti, altamente simbolici: basta spiegarli e chiarirli per comprenderli. Matteo, a sua volta, è strutturato «didatticamente», ben diviso in cinque discorsi, se­guiti da altrettante sezioni narrative, che mostrano come Gesù fa ciò che dice: in lui parola e azione si illustrano a vicenda. Giovanni invece è poco racconto e quasi tut­to spiegazione. Da qui il problema: come spiegare una spiegazione, chiarire un chia­rimento? È più penoso che parafrasare una poesia, più rischioso che sciogliere una sinfonia, più ridicolo che spiegare una barzelletta.

Il Vangelo secondo Giovanni è veramente, ma anche ingannevolmente sem­plice. Già una prima lettura è di suggestiva evidenza: si coglie subito che Gesù, con ciò che fa e dice per i fratelli, mostra l'amore del Padre. Quando però si cerca di ca­pire meglio, le cose diventano complicate. Si ha l’impressione di nuotare nell’ocea­no o di voler abbracciare l’acqua. Non resta che immergersi dentro e giocare pia­cevolmente con le onde, perdendosi in un orizzonte senza orizzonte. E un Vangelo nel quale bisogna entrare con ésprit de finesse, con l’occhio del contemplativo che gode dell’acqua e dell’aria, del moto e della luce. Va letto e riletto, masticato e ru­minato, gustato e assimilato. Ogni frase è un’ondata dello stesso mare e riporta la stessa realtà infinita. Chi si abbandona ad essa, vive in una nuova dimensione e si trova a suo agio: ritrova la propria vita, come appunto il pesce nell’acqua o l’uccel­lo nell’aria.

Contenuto, articolazione e finalità

Il Vangelo secondo Giovanni è composto di 15.916 parole greche e utilizza 1.011 vocaboli diversi. Sono termini semplici e primordiali, altamente evocativi, spesso accostati per opposizione, in ognuno dei quali risuona il tutto dell’esperienza umana.

Il contenuto del Vangelo è il Figlio che parla ai fratelli del Padre, che ancora con conoscono. Padre ricorre direttamente 136 volte, riferito 109 volte al Padre celeste, designato anche come «Dio», «colui che invia/manda», il «da dove» e il «verso dove», o con altre espressioni. Figlio ricorre solo 55 volte, per lo più riferito a Gesù. Siccome, però, è sempre lui che agisce e parla, tutto il suo agire e parlare è nella coscienza di Figlio che conosce e ama il Padre e i fratelli. Questa relazione Padre/Figlio è la Gloria (41 volte) da «sapere» e «conoscere» (141 volte), da «vedere» (110 volte, con quattro diversi verbi in greco): per questo c’è la «parola» e il «parlare» (99 volte), il «testimo­niare» e la «testimonianza» (47 volte) della «verità», di ciò che è «vero» e «veritiero» (48 volte), perché, attraverso la Parola, il «mondo» (78 volte) «creda» (98 volte), ab­bia la «vita» e «viva» (53 volte). Ciò avverrà nell’«ora» (26 volte) decisiva, quando Dio diventerà «dimora» (40 volte) nostra e noi sua. Credere e accogliere la parola del Figlio ci fa diventare ciò che siamo: figli amati dal Padre, che amano i fratelli.

Come già detto, il testo riferisce poche azioni: in tutto sette «segni» (le nozze di Cana: 2,1-11; la guarigione del figlio di un funzionario regio: 4,46-54; la guarigione di un infermo: 5,1-18; il dono del pane: 6,1-13; il cammino sul mare: 6,16-21; la guarigione di un cieco: 9,1-41; la risurrezione di Lazzaro: 11,1-44) e alcuni «gesti simbolici» (la fru­sta nel tempio: 2,13-22; il perdono dell’adultera: 8,1-11; l’unzione di Betania: 12,1-11; l’ingresso messianico sull’asinello: 12,12-19; la lavanda dei piedi: 13,1-20; il boccone dato al traditore: 13,21-30).

Questi segni e gesti simbolici introducono, fin dall’inizio, alla realtà significata: la Gloria, che si rivela nell’ora deH’innalzamento sulla croce. Questa è ampiamente sviluppata nella seconda parte del Vangelo, che racconta l’ultimo giorno di Gesù.

Il resto è tutto un dialogo, che «fa accadere» nel lettore la realtà che quel «se­gno» o «simbolo» significa. Talora, come con Nicodemo o la Samaritana, ma ancor di più nella seconda parte del Vangelo, il segno è la Parola stessa che dialoga con noi.

Le molte voci che entrano in scena si riducono a due: quella di Gesù e quella di tutti gli altri, che rappresentano le nostre varie reazioni davanti alla sua. Lui è il pro­tagonista: la «Parola» eterna di Dio, il Figlio che rivela l’amore del Padre. Noi siamo gli antagonisti, suoi interlocutori, che un po’ alla volta vengono alla luce della loro verità. Nel finale tutte le voci si armonizzano in un’unica Parola: quella del Figlio e di ogni fratello che ha riconosciuto e accettato il dono del Padre. È la soluzione a lie­to fine del dramma, il nostro passaggio dalla morte alla vita.

Il contenuto della «buona notizia» è quindi la Parola stessa che diviene carne in Gesù, il Figlio che si fa fratello di tutti gli uomini, perché credano all’amore del Padre, ritrovino la propria identità di figli e diventino fratelli.

L’articolazione del Vangelo secondo Giovanni è estremamente lineare. Dopo l’inno iniziale, preludio dei temi da svolgere (1,1-18), e la testimonianza del Battista con quella dei primi discepoli (1,19-51), c’è una prima parte, chiamata il «libro dei segni» (2,1-12,36), che prepara la seconda parte. Questa, a sua volta, presenta l’«ora» in cui si compie ciò che i segni significano: la glorificazione del Figlio che ci ama fino all’estremo e ci comunica il suo Spirito (13,1-20,29). La prima parte è se­guita da una considerazione teologica sulla fede/incredulità e dall’appello di Gesù a credere in lui (12,37-43.44-50); la seconda è seguita da un epilogo che mostra la co­munità nuova dei fratelli che hanno creduto alla Parola e continuano la stessa mis­sione del Figlio nel mondo (21,1-25).

Il fine del Vangelo è credere che Gesù è il Cristo e il Figlio di Dio: chi lo acco­glie ha la vita eterna, la vita di Dio (20,31; cf. 1,12), l’ineffabile amore tra Padre e Figlio che si effonde su tutte le creature.

Il mezzo per raggiungere questo fine è la Parola stessa, testimoniata nel Vangelo, che entra in dialogo con noi. Essa provoca uno scandalo e mette in moto una «crisi», un processo di rivelazione di Dio e di salvezza nostra.

Il Vangelo secondo Giovanni rappresenta il dramma della scelta tra fede e in­credulità, la lotta tra la luce e le tenebre che c’è in ciascuno di noi. La Parola inne­sca e sviluppa, riproduce e risolve nel lettore un lento cammino di illuminazione. Le parole del Vangelo, che si susseguono in libera associazione, hanno il potere di libe­rare il rapporto tra noi e la verità profonda del nostro cuore.

Luogo, data di nascita e destinatari del Vangelo

Il Vangelo secondo Giovanni è nato in una comunità giudeo-cristiana della dia­spora. che si trova probabilmente a Efeso, forse ad Antiochia di Siria, o in altre città che hanno una forte comunità ebraica in contatto con l’ambiente ellenistico.

Il  testo porta i segni del trauma subito dai primi giudeo-cristiani quando sono stati espulsi dalla sinagoga. La data quindi è dopo gli anni 90.

 

La scoperta dell’importanza del vangelo di Marco è di data relativamente recente. Mentre il vangelo di Matteo era stato per l’antichità il vangelo ecclesiale per eccellenza, che meglio si prestava all’uso liturgico, e più tardi venne in auge Luca, meno giudaizzante, più affine alla mentalità greca e più consono alla no­stra, il vangelo di Marco rimase sempre piuttosto in ombra. Ci si accontentava di ripetere su di esso il giudizio del vescovo Papia (circa l’anno 130): « Marco, interprete di Pietro, scrisse con diligenza, ma senza ordine, tutto ciò che si ricor­dava delle parole e delle azioni del Signore. Egli non aveva ascoltato né seguito il Signore, come invece aveva fatto più tardi per Pietro. Orbene, poiché Pietro insegnava adattandosi ai vari bisogni degli ascoltatori, senza curarsi di offrire una composizione ordinata dei discorsi del Signore, Marco non ci ha ingannati scrivendo secondo quanto ricordava; ebbe solo questa preoccupazione: non tralasciare nulla di quanto aveva udito e non dire alcuna menzogna»(daEuse­-bio, Storia Eccl. Ili, 39, 15). Questo giudizio, assai poco lusinghiero nei con­fronti di Marco, che si protrasse fino al secolo scorso, fu corroborato daU’altro giudizio, pure poco lusinghiero e assai sbrigativo di Agostino, cui Marco pareva un « pedissequo sunteggiatore » di Matteo (Agostino, De consensu evangelista- rum, 1, 2, 4).

Così Marco sarebbe stato, senza ordine, lo scrivano di Pietro, oppure senza originalità, il compendiatore di Matteo!

Non fu quindi piccola la sorpresa quando, in seguito agli studi indirizzati alla ricerca sulla vita di Gesù, da un esame dei sinottici, C. G. Wilke[1] e C. H. Weisse[2] pervennero, simultaneamente e indipendentemente, a determinare che il vangelo di Marco è una delle due fonti che stanno alla base della tradizione si­nottica. La teoria si impose solo più tardi, contro il dogmatismo della scuola di Tubinga ,’ e cioè nel 1863 con H. J. Holtzmann. Si ritenne così che il vangelo di Marco ci offrisse un ritratto attendibile, non rielaborato teologicamente, del Ge­sù storico.

Non minore fu allora la sorpresa quando nel 1901 W. Wrede4 provò come tutto il vangelo di Marco fosse teologicamente elaborato e strutturato sulla teoria del « segreto messianico », come vedremo in seguito.

Marco quindi fu il primo evangelista e, per di più, offriva una teologia ela­borata del Cristo, del quale si diedero le più svariate interpretazioni, a seconda dei giudizi o pregiudizi dei vari commentatori che su di lui accentrarono la loro attenzione.

Matteo e Luca conobbero il suo vangelo e lo utilizzarono ampiamente, an­che come canovaccio (soprattutto Luca, che ne conserva la struttura di « salita a Gerusalemme »), adattandolo ai rispettivi ambienti, giudaici o ellenistici, e inte­grandolo con una tradizione comune di sentenze di Gesù, chiamata « Q »,* e con tradizioni proprie.

 

 

 

 

La sacra Scrittura è come uno spartito, la cui musica esiste solo dove e come è eseguita. Chi cerca di leggerla, interpretarla e attualizzarla, ne è letto, interpretato e attualizzato. Infatti la parola di Dio è viva ed efficace, scruta i sentimenti e i pen­sieri del cuore, e tutto è nudo e scoperto agli occhi suoi (Eb 4,12s).

Il Vangelo racconta quanto Gesù dice o fa per qualcuno. Quel qualcuno è il lettore stesso, chiamato a fare in prima persona l’esperienza di ciò che è narrato: la Parola fa quello che dice, per chi l’accoglie con fede (cf. lTs 2,13).

L’interesse al racconto può essere a tre diversi livelli.

Può essere rivolto al testo, per vedere come esattamente è, qual è la sua storia, la sua struttura, il suo stile, ecc. È un passo previo. Chi però si ferma qui è come uno che vuol mangiare la parola «pane» invece del pane. Non sazia molto!

Può essere anche rivolto a cosa dice il testo: qual è il suo messaggio, come ca­pirlo e vivere oggi, ecc. È un secondo gradino, anche questo necessario, ma non suf­ficiente. Chi si ferma qui è come un figlio che mangia del pane senza sapere che viene dai genitori. Neppure questo sfama fino in fondo.

Può essere infine rivolto al Signore: oltre al testo e a ciò che dice, si è attenti a colui che dice quel testo. Tutta la Scrittura è una lettera che il Padre ha inviato a ciascuno dei suoi figli; dietro ogni parola c’è chi parla, e il suo dirsi è un darsi. Chi raggiunge questo terzo livello, ha trovato ciò di cui ha fame.

Il Vangelo di Matteo, nella sua forma attuale - la tradizione parla di un Matteo ebraico, a noi ignoto - è nato probabilmente in ambiente palestinese o siriano (An­tiochia di Siria?) circa l’anno 80. Scritto in buon greco da un giudeo ellenistico, mo­stra come Gesù, il Figlio di Dio morto e risorto, sia il compimento della promessa di Dio fatta a Israele. È attribuito fin dall’inizio a Matteo, chiamato a essere discepolo mentre stava seduto al banco delle imposte (Mt 9,9; 10,3; Le 5,27; Me 2,14 lo chiama Levi).

Escludendo i due capitoli iniziali, Matteo usa per lo più lo stesso materiale di Marco e Luca, riportando parole e azioni compiute da Gesù nel breve periodo che va dal suo battesimo alla sua pasqua. La sua particolarità è aver organizzato il mate­riale secondo i vari argomenti, condensandolo in cinque grandi discorsi seguiti da altrettante parti narrative che li illustrano.

Il discorso sul monte (cc. 5-7) contiene la «Parola» del Figlio ai fratelli; il di­scorso della missione (c. 10) la porta a tutti gli uomini, cominciando da Israele; il di­scorso in parabole (c. 13) mostra come essa agisce nel mondo; il discorso sulla co­munità ( c. 18) fa vedere come si realizza nella quotidianità dello stare insieme; il di­scorso escatologico (cc. 24-25) infine la presenta come il criterio di valutazione sul­l'uomo e la sua storia. I cc. 26-28, che raccontano la morte e risurrezione del Si­gnore, ne sono il compimento.

Matteo è considerato il Vangelo della comunità', è centrato sulla parola del Fi­glio che ci rende figli del Padre facendoci fratelli tra di noi. La fraternità è la realiz­zazione del nostro essere figli: nel rapporto con l’altro viviamo il rapporto con l’Al- tro. Anche per questo è stato il più letto nella Chiesa. Oggi, in un'epoca in cui lo stare insieme si è fatto problematico, torna di particolare attualità. In genere l’at­tenzione si concentra proprio su ciò di cui si avverte la mancanza.

Questo libro vuol essere un manuale per la lectio del Vangelo di Matteo. Come nei precedenti commenti a Marco e a Luca, di ogni singolo passo, dopo una traduzione letterale del testo, si espone il messaggio nel contesto; seguono una let­tura del testo e indicazioni per pregare il testo (vedi il metodo subito dopo l’introdu­zione); concludono dei testi utili per l’approfondimento. Come si vede, al centro sta il testo, che non è solo un pretesto, ma un modo specifico in cui il Signore mi parla e io lo ascolto.

Il lavoro che offriamo è il frutto di una lectio continua settimanale, tenuta in questi anni nella chiesa di S. Fedele (Milano), insieme a Filippo Clerici, con il quale l’ho preparata ed eseguita.

Un vivo ringraziamento a lui, dopo che a Dio, come pure a quanti con la loro partecipazione attiva hanno stimolato e arricchito la comprensione del Vangelo. Un grazie anche a E. D’Auria per la battitura del manoscritto, a F. Montagna per il controllo delle citazioni, a B. Schiralli, M. Galli e B. Centorame, per la correzione delle bozze.

Spero vivamente che questo lavoro sia utile per conoscere di più il Signore e servire meglio i fratelli, in attesa del suo ritorno.

 

 

 

 

 

Entro in preghiera

  1. pacificandomi:
    1. con un momento di silenzio;
    2. respirando lentamente;
    3. pensando che incontrerò il Signore;
    4. chiedendo perdono delle offese fatte e perdonando di cuore le offese ricevute.
  2.  mettendomi alla presenza di Dio:
    1.  faccio un segno di croce;
    2.  per la durata di un "Padre nostro" guardo come Dio mi guarda;
    3.  faccio un gesto di riverenza;
    4.  inizio la preghiera, in ginocchio o come più mi aiuta, chiedendo al Padre, nel nome di Gesù, lo Spirito Santo, perché il mio desiderio e la mia volontà, la mia intelligenza e la mia memoria siano ordinati solo a lode e servizio suo.

Mi raccolgo

  1. immaginando il luogo in cui si svolge la scena da considerare.

Chiedo al Signore ciò che voglio

  1. è il dono che quel brano di Vangelo mi vuol fare: corrisponde a quanto Gesù fa o dice in quel racconto.

Medito e/o contemplo la scena

  1. leggendo il testo lentamente, punto per punto;
  2. sapendo che dietro ogni parola c'è il Signore che parla a me;
  3. usando
    1. la memoria per ricordare;
    2. l'intelligenza per capire e applicare alla mia vita;
    3. la volontà per desiderare, chiedere, ringraziare, amare, adorare.

N.B. Non avrò fretta, non occorre far tutto; è importante sentire e gustare interiormente; sosto dove e finché trovo frutto, ispirazione, pace e consolazione; avrò riverenza più grande quando, smettendo di riflettere, inizio a parlare col Signore.

Concludo

  1. con un colloquio col Signore, da amico ad amico su ciò che ho meditato;
  2. finisco con un Padre nostro;
  3. esco lentamente dalla preghiera.

Alla fine rifletterò brevemente su come è andata la preghiera:

  1. ho osservato il metodo?
  2. è andata male, perché?
  3. quale frutto o quali mozioni spirituali ho avuto?

Il vangelo nasce dalla comunità che si interroga sul significato dalla vita e della morte di Gesù Cristo.

La primitiva comunità cristiana aveva profondamente radicato il senso di libertà portato da Gesù Cristo (cf. Gal 4, 6 s.; Rm 8,15 ss.), e si mise a riflettere su quest’esperienza di libertà per scoprirne l’origine. Nella gioia dello Spirito nuovo donato da Cristo, tenta di comprendere come questo dono provenga solo dal Risorto che fu il Crocifisso, e da nessun altro.